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PALESTINA - BALSAM |
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Prima di Israele |
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Nella vita di coloro
che - morsi dalla ‘tarantola’ della sete di conoscenza - hanno posto
come priorità assoluta la coltivazione di sé e la ricerca d’inediti
saperi, l’imbattersi in un libro fuori dal
coro della versione dominante su un qualsiasi argomento è sempre
un momento a dir poco esaltante. Quando
ciò accade, si prende un gran respiro e ci si tuffa a capofitto
nelle sue pagine, per riaffiorare magari un po’ in debito d’ossigeno
e mezzi tramortiti, ma certo rinvigoriti e pronti a riprendere la
‘cerca’ con maggior forza e audacia. Questa è, a rifletterci
un attimo, l’aurea norma delle persone sinceramente innamorate della
conoscenza, la ‘stella polare’ che indica
il sicuro cammino. E non mi riferisco agli
«intellettuali», volutamente. Quelli sono
un'altra cosa. Gli «intellettuali» svolgono un ruolo funzionale
al sistema, per la precisione la definizione di ciò che è ammesso nel pubblico
dibattito e di ciò che ne è escluso. A queste persone la sete di
conoscenza si è prosciugata, intenti come sono a fissare divieti
e scomuniche, sempre per compiacere il sistema che li omaggia
e li ossequia facendoli sentire, appunto, «intellettuali». E’ questo un punto
che va compreso bene: il censore e chi cerca
la conoscenza non possono coesistere nella stessa persona, e chi
incarna le due inclinazioni è senz’altro persona di cui diffidare. Ciò premesso, il libro
di Piero Sella, Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica
(Edizioni dell’Uomo Libero, Milano 1996, pp. 424) non è un libro
«politicamente corretto», di quelli cioè
che forniscono una versione edulcorata della genesi e dello sviluppo
della «questione palestinese», che a prima vista sembrerebbe scaturire
unicamente da fattori specificamente mediorientali o da vicende
storiche recenti. Con coraggio e con coerenza, l’Autore ricerca
le radici del problema: “La tempesta che si è addensata e che si
sta scaricando in questi decenni sulla testa del popolo palestinese
è in realtà solo l’ultima manifestazione della questione ebraica”
[dalla quarta di copertina]. Il
Sella,
indagando le vicende politiche, militari, culturali e religiose
attraverso cui si è dipanata la storia della presenza israelita
all’interno delle differenti comunità europee, espone al lettore
la storia di una volontaria separazione e di un conseguente rifiuto:
è il fenomeno dell’«antisemitismo», ingiusto ma ineluttabile, le
cui cause - come già illustrato nel 1894 dall’israelita francese
Bernard Lazare (cfr. L’antisemitismo. Storia e cause, trad.
it. Sodalitium, Verrua Savoia 2000) - vengono
qui ricondotte ad un pervicace ed esclusivista razzismo talmudico
etnico-religioso del quale anche i palestinesi hanno potuto assaggiare
il fanatismo e la portata distruttiva, e che ha sempre innescato
reazioni di rifiuto da parte di chi ne è stato colpito. La responsabilità di
quel che è successo e che continua ad accadere in Palestina è addossata
senza mezzi termini ai sionisti ed ai loro accondiscendenti alleati,
ovverosia alla Gran Bretagna, che con il Mandato controllava il
flusso dell’immigrazione israelitica, e agli Stati Uniti della potente
Israeli lobby (ma anche Francia ed Urss hanno
avuto le loro responsabilità), sempre pronte ad accogliere le
crescenti richieste di un gruppo di pressione abile nel capitalizzare
«incomprensibili ingiustizie»; non, come si fa credere solitamente,
al «rifiuto arabo» o al «massimalismo» dei palestinesi, dei quali
la comunità d’israeliti residente in Palestina da lunga data mai
avrebbe avuto motivo di lamentarsi, proprio perché «palestinese»
come gli altri conterranei, musulmani, cristiani ecc. Ma
un mondo reso impotente dai sensi di colpa per le persecuzioni subite
dagli israeliti da parte della Germania hitleriana (avallate tuttavia
dal tacito assenso di mezzo mondo, compresi Stati Uniti e Urss,
paese quest’ultimo dove misure antisraelitiche erano periodicamente
adottate per motivi che il volume che recensiamo aiuta a comprendere),
tenuti sempre vivi da un’incessante propaganda a tutto campo, ha
assistito da spettatore alla tragedia di un popolo avviatasi quando
un gruppo organizzato ed influente, dall’abile mimetismo, dalle
ampie disponibilità finanziarie e dalle molteplici ramificazioni
ha individuato nella Palestina, sulla base di
infondate pretese storico-religiose (come hanno già dimostrato archeologi d’università israeliane),
la sede di un progetto messianico fattore di perenne e desiderata
destabilizzazione regionale (vista l’importanza economica del Vicino
Oriente) e quindi mondiale. Il libro affronta argomenti
colpevolmente ritenuti tabù,
sui quali gli «specialisti» si guardano bene dal proferire parola,
e pone quelle elementari domande che tutti ci eravamo fatti
ma alle quali finora non si era ricevuta risposta. Se dell’inganno
perpetrato dagli inglesi verso gli arabi in modo da incanalare la
loro lotta nazionale nell’alveo dei loro disegni e di quelli dell’organizzazione
sionistica, se dell’artificioso smembramento della Grande Siria,
e se dell’assoluta noncuranza delle risoluzioni dell’Onu da parte
dello Stato d’Israele già si era letto (malgrado, curiosamente,
non si approfondisca mai sui perché di tali incredibili avvenimenti,
‘spiegandoli’ tutt’al più con le «prepotenze dei più forti»),
questo studio ci parla del Sionismo come risposta alle tendenze
disgregatrici in atto nel giudaismo europeo della seconda metà dell’Ottocento
in seguito alla cosiddetta «emancipazione ebraica», della quale
l’Autore ben individua il carattere dissolvente dell’irriducibile
alterità rispetto alle popolazioni europee e cristiane fin lì coltivata
dalle comunità israelitiche, e che perciò era avvertita come un
pericolo nel generale clima di secolarizzazione incoraggiato dalle
«rivoluzioni borghesi»; ci parla altresì delle mene condotte per
giungere al risultato che tutti abbiamo sotto gli occhi (gli aiuti
al Giappone in guerra contro E si potrebbe andare
avanti pagine e pagine elencando la novità dell’opera del
Sella rispetto alla versione che va per la maggiore e, quel
che è più grave se non si vuol pensare che l’Università sia un covo
di pavidi, accademicamente sottoscritta tranne poche e coraggiose
eccezioni. In sede di giudizio
si può quindi sintetizzare il lavoro del Sella
come il tentativo riuscito ed ampiamente documentato di dimostrare
che le radici della «questione palestinese» sono da ricercare nei
principi fondamentali di una determinata concezione del mondo che,
nell’evoluzione dei rapporti tra chi la fa propria e gli altri,
ha giustificato un’operazione di vera e propria «pulizia etnica»
messa in opera prima e dopo la guerra del 1948 spesso addotta come
puntello alla tesi del «rifiuto arabo», la quale oggi continua nonostante
innumerevoli e fallimentari «piani di pace». Il suo limite, invece,
a mio avviso risiede nel non tenere in debito conto il ruolo dell’imperialismo
britannico prima, statunitense poi, nell’incoraggiamento, nella
genesi e nel mantenimento di un vero e proprio corpo estraneo inserito
in un’area geopoliticamente fondamentale per la strategia anglosassone
di dominio globale. Che Israele senza il
sostegno in armi, soldi e propaganda da parte degli Usa (ai danni
del mitico contribuente americano, compresa la famiglia di Rachel
Corrie, l’attivista assassinata da un bulldozer israeliano mentre
si opponeva alla demolizione di un’abitazione palestinese!) non
andrebbe molto avanti, è una verità lapalissiana che Prima di
Israele non evidenzia adeguatamente. In altre parole,
il libro talvolta comunica l’impressione che l’Autore sopravvaluti
la capacità dei gruppi di pressione giudaico-sionisti di
piegare chiunque ai loro voleri, trascurando che se lo Stato d’Israele
ha potuto prosperare è solo perché ha avuto alle spalle la benedizione-protezione
delle superpotenze. Inoltre il libro sottovaluta
la forza che costruzioni simboliche molto diffuse nella cultura
statunitense hanno nella mobilitazione delle coscienze a favore
dell’impresa-Israele. Si tratta del «cristianosionismo», un fenomeno prettamente
WASP che spiega perché molti americani stanno con Israele. Il sionismo
è difatti oggigiorno una lobby che ha i suoi più ferventi
sostenitori (molti anche tra i non israeliti, tant’è vero che esiste
un attivo gruppo di «Rabbini contro il Sionismo») soprattutto fuori
dal territorio dello Stato d'Israele (la lettura di Israel Shamir,
Carri armati e ulivi della Palestina. Il fragore del silenzio,
Crt, Pistoia 2002, è particolarmente istruttiva in tal senso). Dopo queste note critiche,
un’ultima annotazione, che si ricollega alla premessa. Al tempo
delle demonizzazioni, degli «appelli alla vigilanza» (acriticamente
ed ingenuamente accettati dai più in virtù di riflessi condizionati
ed autocensure alle quali una propaganda capillare e martellante educa fin
da bambini) e alla richiesta di leggi speciali continuamente auspicate
da chi ha interesse a mantenere una spessa coltre di
omertà, auspicherei che a questo studio facesse seguito un
serio confronto sull’unico terreno degno su cui possono, meglio
ancora devono, confrontarsi opinioni differenti: quello della
ricerca storica e non quello del rifiuto a priori, per non parlare
delle aule dei tribunali (si pensi al caso Garaudy in Francia, filosofo
già marxista tenuto in gran conto dall’establishment culturale
francese prima che esso ne decretasse l’ostracismo: in Italia il
suo I miti fondatori della politica israeliana è stato tradotto da una casa editrice comunista
«bordighista», Graphos, ma la ‘sinistra’ ufficiale sembra ignorarlo). Completano l’opera
un’amplissima bibliografia ragionata ed una documentata appendice
cartografica e statistica curata da Gianantonio Valli. Per chi non
lo trovasse in libreria, il volume può essere richiesto direttamente
alle Edizioni dell’Uomo Libero,
C.P. 1658, 20123 Milano (info@uomolibero.com). fonte: "La Nazione Eurasia", a. 2, n.2, pp. 24-26. Avvertenza: la riproduzione
di questo articolo, su carta o in rete, è permessa a condizione
che lo si pubblichi integralmente e vengano indicati autore e fonte
("La Nazione Eurasia", a. 2, n.2, pp. 24-26). |
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